Da due anni, nel cuore dell’Africa, il Sudan è teatro di
una delle crisi umanitarie più devastanti e ignorate del nostro tempo.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, oltre 14 milioni di
persone sono state costrette a fuggire, mentre centinaia di migliaia di civili
sono rimasti intrappolati tra fame, violenze e carestie.
Le immagini satellitari mostrano intere città rase al
suolo, villaggi incendiati, fosse comuni.
Eppure, per i media internazionali, il Sudan resta un
titolo secondario, una nota di margine, un “conflitto complicato”.
La guerra che nessuno guarda.
Il conflitto è iniziato nell’aprile 2023, quando le
tensioni tra le Forze Armate Sudanesi (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah
al-Burhan, e le milizie paramilitari Rapid Support Forces (RSF), comandate da
Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, sono esplose in aperta guerra civile.
I due uomini, ex alleati durante la transizione successiva
alla caduta del dittatore Omar al-Bashir, si contendono il controllo di un
Paese già devastato da trent’anni di autoritarismo e instabilità.
La lotta di potere tra Burhan e Hemetti ha trasformato il
Sudan in un campo di battaglia senza regole.
A farne le spese sono stati, come sempre, i civili: stupri
di massa, esecuzioni sommarie, assedi contro ospedali e quartieri residenziali.
Il Darfur, già teatro di un genocidio nei primi anni 2000,
è tornato al centro dell’incubo.
Gaza occupa tutto. Il Sudan scompare
